Molti studiosi convengono sul fatto che esista un modo tipicamente americano – di più: ‘hollywoodiano’ – di raccontare storie. Quali sarebbero dunque i tratti tipici dell’american storytelling?

Con questo e i successivi post proverò a metterne in luce alcuni.

swInnanzitutto, alla base delle storie hollywoodiane troviamo sempre una forte ‘tensione drammatica’. La posta in gioco è sempre alta; non è un semplice obiettivo tattico, ma la realizzazione piena: la salvezza di sé, del proprio mondo o del mondo intero. Ed è una posta universale, il cui valore è comprensibile e condivisibile da tutti, senza distinzione di classe e cultura. Nella conquista della posta, poi, l’azione ha un ruolo di assoluto primo piano ed è immancabilmente intrapresa sotto pressione. Altro elemento chiave: tra i personaggi vi è una dialettica viva e profonda: il nocciolo drammaturgico della narrazione hollywoodiana, lo abbiamo visto, è il conflitto tra il personaggio centrale e l’Altro da sè, un’istanza che assume via via, in scena, le sembianze dell’antagonista, del deuteragonista o del lato oscuro dell’eroe stesso. Il tutto è reso con grande intensità: le passioni sono forti, le motivazioni pronunciate, le azioni spettacolari e decisive, comunque vada.

Accanto alla tensione drammatica si avverte un’evidente ‘tensione morale’: al centro dei giochi vi è sempre una forte dialettica bene/male, ingenua magari, ma molto chiara ed efficace. È questo un elemento fondamentale, perché quella americana è l’unica cultura nazionale moderna che non ha perso un rapporto reale con la dimensione religiosa, con l’aspirazione etica del monoteismo giudaico-cristiano. Non si capisce il cinema degli Stati Uniti se non si riconosce la presenza di un nucleo profondo, di un’anima e di una ragione religiosa o parareligiosa che guida, orienta e costituisce la forza e il denominatore comune implicito. Non si tratta dunque di un generico orizzonte valoriale, ma di un vero e proprio criterio di azione, individuale e collettivo. In effetti, lo stesso American Dream, il grande motore simbolico del paese, prima ancora che un ideale politico e sociale è essenzialmente un principio etico (‘riesce chi se lo merita’), dal quale poi gli americani derivano ogni successiva lettura delle dinamiche storiche, al punto che perfino la distinzione ricchi/poveri presuppone un discrimine morale.


Riguardo poi ai plot, e cioè ai modi di organizzare e condurre il racconto, le storie di Hollywood, da quelle memorabili a quelle più dozzinali, manifestano sempre una straordinaria capacità di intrecciare/ tessere i fili della trama. L’ingaggio cognitivo ed emotivo dello spettatore è prima costruito e poi alimentato con sapienza. Nulla di ciò che viene mostrato è senza significato (se anche in un primo momento non è chiaro, lo diverrà in seguito) e nulla di ciò che è taciuto è importante (a meno che l’omissione non sia funzionale ad una successiva rivelazione). Grande cura è posta nell’alternare domande e risposte, aspettative e risoluzioni, tensione e distensione; e il dominio/controllo dello spettatore sulla vicenda o viceversa il suo scacco (suspense, sorpresa,…) sono gestiti attraverso una scrupolosa ‘semina’ di informazioni, indizi, elementi chiarificatori, che poi sono ‘raccolti’ al momento giusto. In tutto questo, l’azione guida e orienta il racconto, senza che i personaggi si debbano troppo spiegare. Quel che di loro conta sapere emerge dai fatti in scena.

3 thoughts on “La scrittura ‘tensiva’

  1. Sono un appassionato studente e praticante di storytelling e ho iniziato ad occuparmene nel lontano 1992 durante l’esame di psicologia sociale a Padova. Da allora ne è passato di tempo, letture ed esperimenti e sono felicissimo di vedere che un uomo e manager di altissimo profilo come lei abbia avuto voglia di parlare di questa “macchina narrativa” evidenziando sia gli aspetti commerciali che quelli etici.

    Lo storytelling di cui si abusa oggi è spesso solo un mezzo per vendere il brand di turno (non c’è nulla di male!!) ma pensare che mentre lo si fa si possa anche essere consapevoli di una dimensione “spirituale/religiosa” mi piace e mi ispira.

    Se posso dirlo: dovrebbe essere così! Il marketing potrebbe scoprire una sua dimensione etica ed essere così ancora più potente!

    Sono felice di essere il primo a lasciare un commento a questo nuovo blog che seguirò con ottimismo :-)

  2. Sebastiano, è proprio così. Le storie, da sempre, si raccontano per spiegare il mondo, agli altri e a noi stessi. Raccontare vuol dire ‘rendere conto’ (e, anche, ‘rendersi conto’) dell’esperienza fatta. E non c’è esperienza che non chiami in causa una valutazione etica.
    Da Omero a Melville, da Eschilo a Dostojevski, passando per Virgilio, Dante, Shakespeare, …., la narrazione non è mai stata solo una questione di ambienti, accadimenti e azioni, ma anche e soprattutto di scelte tra giusto e utile e tra bene e male.
    Negli ultimi cento anni gli autori di Hollywood l’hanno capito meglio di tutti gli altri….

    • Beh… non so se sia il caso di avviare un dialogo botta-risposta su questo tema ma la tua risposta mi è molto piaciuta e mi vien voglia di aggiungere… che come esperto e appassionato di sviluppo personale e in particolare di Ottimismo Realistico… credo che lo storytelling sia un mezzo proprio per “rendersi conto” di che storia raccontiamo a noi stessi e agli altri.

      Imparare lo storytelling ci aiuta a capire che nonostante noi siamo i protagonisti di un film hollywoodiano siamo comunque i protagonisti della nostra vita e non è una metafora azzardata pensare che potremmo scrivere una trama, decidere in modo proattivo il lieto fine a cui aspirare o (al contrario) renderci conto che lo stiamo lasciando scrivere al caso e agli altri.

      Voler essere protagonisti di quel “Viaggio dell’Eroe” che è la trama perfetta e “nascosta” di ogni capolavoro di Holliwood non ci rende più ingenui ma se capiamo la radice psicologica di quella struttura narrativa possiamo renderci conto che i 3 ATTI sono essenzialmente la struttura di ogni vita a prescindere dai contenuti sempre diversi e unici.

      Purtroppo per in non scrittori è molto difficile accorgersi che ragionare in termini di storytelling non è solo una cosa da markter o da sceneggiatori ma una pratica che potrebbe aiutare chiunque nella ricerca di un pizzico di consapevolezza.

      Da piccoli non facciamo mistero della nostra “trance narrativa” e se per qualche tempo, usciti dal cinema, ci comportiamo come il nostro eroe, non proviamo vergogna… ma da grandi!! Dire che ci facciamo deliberatamente ispirare dalle dinamiche di un film di holliwood: no è troppo infantile !!

      Invece lo facciamo eccome e l’unica differenza è che lo facciamo senza saperlo; a questo punto una bella presa di consapevolezza almeno ci aiuterebbe a scegliere meglio da chi farci influenzare!!

      Forse ho parlato troppo… ma un esperto come lei credo lo apprezzerà…

Rispondi